Testimonianze degli amici di Paolo

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Paolo: acuto ed irriverente, con le sue mani nodose ha fatto cantare la terra (Bianca Sellan).

Gli occhi che bruciano/ Le stecche impregnate di sudore/ Le mani stanche/ Qualche cosa uscira'/ La mia verita' nel disegno?/ I miei sogni?/ la mia pazzia?/ Solo domani potrai sapere./ Oggi e' finito./ Domani chissa'. (23 aprile 1997). Questa "dedica", che Paolo Spinoglio mi indirizzo' in momento molto positivo, fervido di idee e di lavoro, della sua e della mia vita, la primavera del 1997, la tengo cara, poiche' esprime il senso piu' importante, e nascosto, di tutto il nostro lungo colloquio: del sodalizio umano, artistico e culturale, mio e suo, durato dal 1970 al 2002, e che dura tutt'ora, immutato, in quanto l'energia di Paolo Spinoglio, e le sue problematicita', non si esauriscono davvero con la durata della vita fisica.(Lino Sturiale).

Ritrovo nelle sculture di Paolo il riflesso della rude dolcezza dell'uomo, artista, amico e fratello. Cosi' rivive, forte e profondo il sentimento ed il ricordo dei tanti intensi momenti vissuti insieme. (Cristina Levi).

"Paolo era un artista nel senso piu' completo del termine e a un non artista come me non resta che lo stupore per l'uomo e per le sue opere" ... ho sempre difficolta' a relazionarmi con la morte, mi piace immaginare le persone scomparse come partite per un lungo viaggio. (Andrea Carosso).

Non saprei dire se considerassi Paolo piu' come amico che come artista. Di certo per la mia non breve esperienza di gallerista, posso affermare che era uno dei pochi veri "artisti" che io abbia incontrato. Mi piaceva il suo stile: semplice, essenziale, elegante. Le sue figure di terra, immobili, scabre, ma dai volti luminosi. Il fascino delle espressioni attonite, dagli occhi spalancati, uno sguardo eternamente proteso sull'infinito. Il suo breve passaggio ha lasciato un segno indelebile nella vita di chi ha avuto la fortuna di conoscerlo e condividere un tratto del suo cammino. Segno tangibile per chiunque posi gli occhi sui capolavori che ci ha lasciato. (Anna Virando).
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Paolo e' il mio opposto che e' entrato a far parte del mio vissuto. Quando lavoro, oramai, e' dentro di me. Tecnicamente... chissa' se esiste un altro al suo livello. (Giansalvatore Brambilla).

Chissa' cosa avrebbe detto Paolo, di tutte queste tragedie che accadono oggi, e ci attanagliano il cuore, ci rendono tristi, noi, che abbiamo avuto la fortuna di conoscerlo e amarlo, sappiamo che ci avrebbe "sostenuto" con la sua "compassione", la sua grande sensibilita', e ci avrebbe restituito, attraverso la sua arte - come aveva gia' fatto per le "donne afgane" , la testimonianza della sua fermezza interiore, trasfigurando il dolore in un "esserci" senza tempo. Paolo Spinoglio ha lavorato duro per anni, con immensa fatica, impegno e grande forza d'animo. Il frutto di questo impegno di energie, sono le numerose sculture di figure femminili a grandezza naturale o monumentali, simili a divinita'. La grande arte religiosa di tutti i tempi ha sempre fatto riferimento al principio femminile, e i suoi capolavori sono impregnati di intensa immobilita'. Nell'antico Egitto lo scultore era chiamato "quello che tiene in vita". Anche le opere scultoree di Paolo sembrano destinate a rappresentare l'idea dell'eternita', isolando passato e futuro dal fluire del tempo. Sono "realistiche" per mettere in luce la "falsita'" della morte. (Angela Schiappapietre).

In Polesine dicevano che il pane del padrone ha sette croste, ma poteva anche essere una padrona. E' stato proprio il caso di Spinoglio Scultore, totalmente dominato da una padrona: l'arte quella con la "A" maiuscola, che ti possiede totalmente, tormentandoti, lasciandoti dubbioso, ma spingendoti avanti alla continua ricerca di un qualcosa che ti pare irraggiungibile. Paolo era cosi' ! Con quelle sue "Mani" da operaio, le mani che erano quelle di Marino, Messina, Manzu'; pieno di talento, mai pago, e' stato proprio cio' e questa sua maturazione sofferta a darci le opere migliori ed altre ce ne avrebbe date, se il destino che tutti domina non avesse (per tutti noi ingiustamente) deciso altrimenti (Gianfranco Altieri).

Ho accarezzato tutte le sue statue che ho avuto modo di ammirare nel suo studio. Una me l'ha regalata (Boss).

Paolo, sei rimasto nel mio cuore come se tu fossi ancora al mio fianco. Sei stato e sarai sempre un amico fraterno e ti ricordo con affetto ogni giorno. (David).

Paolo era un uomo libero. E standogli vicino, tutta quella liberta', la sentivi, ti faceva venire i brividi. (Daniele Ferrero).

Nel disteso sonno/ felicemente/ mi emoziona/ il lenzuolo/ di terra (Enrico).

C' erano periodi che ci si vedeva tutte le settimane. Andavo nel suo studio al mercoledi' pomeriggio ritornando dal lavoro ed entravo in quell'atmosfera che tanto mi affascinava; sculture, progetti, disegni, attrezzi, scritte sui muri. Si discuteva di arte, ci si scontrava sulle preferenze per questo o quello scultore, ci si scambiava consigli sulle tecniche, sulle cotture della creta. Per me che vivo alla periferia della periferia dell'Impero era una insostituibile occasione per accedere alle intime motivazioni di un artista che lo muovono ad esprimere, con la sua particolare sensibilita', l'interpretazione della vita nelle sue opere. Ho visto maturare gli stili di Paolo, riferiti all'Antelami, ad Arturo Martini, a Bacon; ne ho seguito il cammino verso l'astrazione con la purificazione della forma che vedeva l'eliminazione progressiva dei particolari descrittivi, fino a giungere ai quei visi che sorridevano senza occhi. Nella primavera del 2001 entrai nello studio e vidi "le talebane", le donne in burqa, pura forma segnata da delicati ricami sulla parte corrispondente al viso, la cui verticalita' era sottolineata da severe pieghe del manto. Si era prima dell'11 settembre, l'Afganistan, presente nelle cronache, non aveva ancora assunto quella rilevanza che avrebbe poi avuto di li a poco, e Paolo aveva distillato i suoi ricordi di un antico viaggio fatto in quella terra circa vent'anni prima: le donne in burqa erano un monito che Paolo lanciava al mondo con quell'intuizione premonitiva che spesso avvicina l'artista al sottile piano della divinita' (Dedo).

Quando sara' possibile rivisitare complessivamente l'opera di Paolo Spinoglio, mi piacerebbe indagarne la dimensione "religiosa", su un doppio percorso. Anzitutto quello dell' inventario di cio' che e' chiaramente riconducibile a tematiche cristiane in senso stretto, e non posso non pensare immediatamente alla Deposizione che giustamente segna a Mombercelli il luogo del suo riposo, ma anche alle altre versioni del medesimo tema, o al torso impressionante del Cristo, o alla Cena, o a San Francesco... Ci sono poi opere che possiamo sentire come religiose in senso esteso, come le tante Maternita' che senza forzature possiamo leggere come icone della Vergine e del Bambino. L'altro tracciato di indagine, piu' intrigante per comprenderne la ricca personalita' interiore, lo collego all'incontro con le sculture ordinate nel '95 nella chiesa di San Lorenzo a Tigliole, quando lessi, condividendole appieno, le parole di presentazione di Paolo Levi: "Egli esprime valori immediati del trascendente, quelli del Sacro, dell'Amore e del Mito...", e quelle di Cinzia Orlando: "... una definizione che, anche nell'immagine del Cristo, non deve essere intesa solo come momento di celebrazione religiosa, ma anche come religiosita' dell'animo...".Quella religiosita' che non e' semplice scelta di soggetto, ma dimensione vera dell'artista, che si nutre di radici profonde, trascendenti appunto e quindi religiose, che ancor oggi sanno darci frutti di emozione e di mistero. (Don Francesco Cartello).

E' scomparso un formidabile poeta della scultura che sapeva dare forma ai sentimenti piu' veri e profondi. (Filippo e Laura).

Paolo Spinoglio era un puro di spirito che ha avuto il coraggio di seguire la sua passione. Lui mi considerava un amico e per me sicuramente lo era. Non abbiamo avuto molto tempo per coltivare la nostra amicizia ma quei pochi momenti che ho condiviso con lui sono stati intensi e profondi. Andavo a trovarlo nel suo studio e chiacchieravamo; c'erano disegni dappertutto e sculture in ogni angolo. In fondo erano testimonianze concrete e visibili del suo costante tentativo di tirare fuori sentimenti e sviscerare emozioni. Alcune sue opere, sia disegni che sculture, erano molto forti, dure e provocatorie; col tempo i suoi tratti sono diventati molto piu' dolci e sinuosi ma estremamente piu penetranti, essenziali e comunicativi. Le sue sculture sono vive e ogni volta che ne ho una di fronte agli occhi mi verrebbe da cominciare a parlarle. La magia delle sculture di Paolo, per me, e' sempre stata quella sensazione - esattamente come con le persone in carne ed ossa - di capirsi con un'occhiata, con un gesto, al volo. Entrare nel suo studio a volte per me era letteralmente impressionante; passavo dalla luce esterna alla penombra dell'anticamera, piena zeppa di "persone", oggetti ed emozioni coperte dalla polvere e lasciate li' per anni. E poi - da dietro il tendone di plastica che serviva a contenere il calore della stufa - sbucava Paolo, sorridente e contento di ricevere visite. Anche la sua fisionomia era lo specchio della sua personalita'; l'impatto visivo, gia' di per se' molto espressivo, era improvvisamente sovrastato dalla profondita' del suo sguardo e dall'essenzialita'dei suoi gesti e delle sue parole. Paolo proprio non concepiva neanche il concetto d'ipocrisia o di falsita'; non c'erano filtri alla sua espressivita' ne' come persona e neanche attraverso le sue sculture. Mi piace credere che Paolo ed io ci capivamo quando parlavamo; ci accomunavano certi stati d'animo sulla stessa lunghezza d'onda. Mi ha sempre affascinato la magia di come lui riuscisse a tirarli fuori e dar loro una vita propria. Sono contento di aver conosciuto Paolo Spinoglio ed il suo messaggio sara' sempre con me.(Gigi Bosca).

E' solo uno sguardo, un dolce sussurro il bronzo e l'argilla mi parlan di te...(Gigi Visconti).

Ricordo con immensa gioia Polo Spinoglio e quando penso ai momenti trascorsi in sua compagnia, provo un vuoto incolmabile. Ho frequentato assiduamente lo studio di Paolo fin dall'inizio del nostro sodalizio artistico, legati da una fraterna amicizia e reciproco rispetto. Sono stato presente alla realizzazione di tante sue opere: l'idea, il progetto, l'esecuzione. Paolo adorava i materiali "terrosi" che plasmava con foga e determinazione, manipolando con tutto se stesso quasi volesse immergersi in quell'amalgama che a poco prendeva forma dalle sue mani dalle quali scaturivano figure umane che giganteggiavano come "ciclopi" nel suo studio. Ricordo in particolare il gruppo "Tre sorelle" , uno dei suoi pezzi migliori, la prima di tutta una serie di opere che ha conferito nuova linfa creativa all'ultimo periodo della sua produzione artistica. In queste opere, infatti, vi e' stata un'impressionante evoluzione nello stile e nella forma che ha esaltato e valorizzato la genialita' e la personalita' dell'artista Spinoglio. Le sue opere sono la testimonianza viva e concreta per ricordarlo....... Grazie, Paolo ! (Gio' Venturi).

Conobbi Paolo Spinoglio dalla sua stretta di mano forte, vigorosa. Soprattutto sincera, che ti trasmetteva dentro il suo credo piu' profondo: l'amicizia smisurata di chi ha il Cielo nel Cuore. Riluttante, era il 1992, accetto' la mia proposta di organizzare la sua prima mostra nell?astigiano. La sala era piena e non voleva intervenire. Riusci' a biascicare quattro parole, sapendo farsi subito ammirare ed amare. Con lui, sempre meno convinto, approdai dal Papa, Giovanni Paolo II, per donargli la splendida scultura che aveva plasmato raffigurante "L'uomo ed il Lavoro" in occasione dell'enciclica "Laborem Excercens". Disincantato come sempre, non ce la fece (o non volle) ad avvicinarsi; lascio' ad altri il compito di offrire il prezioso dono."Paulin" era cosi'; tanto, infinito genio in un corpo che se ne fotteva delle futili apparenze. Contava la sostanza. Come quella volta, forse era la sua prima trasferta all'estero, che restammo una buona mezz'ora, erano le 3 del mattino, ad ammirare Monaco di Baviera dall'alto della OlimpiaTurm, la torre gigantesca che da 180 metri di altezza domina la citta' tedesca. Alla fine sbotto', guardando affascinato il panorama fatto di luci che si dissolvevano nella notte: "Certo che il mondo e' grande !". "Tanto grande - gli dissi - ma un nulla per te. Cosi' ce la farai ad imprigionarlo nelle tue sculture". Adesso capisco che il Mondo gia' lo aveva fatto suo, allora (Giovanni Vassallo).

Incontrai la prima volta Paolo Spinoglio nella primavera del 1997 quando il Comune di Mombercelli aveva deciso di ripresentare al pubblico una nutrita collezione di arte moderna raccolta nel 1972 da un gruppo di compaesani lungimiranti e rimasta per oltre vent'anni nei sotterranei di una banca locale. Seralmente si tenevano le prime riunioni per dare vita ad una commissione di vigilanza e muovere i primi passi in vista della costituzione di un Museo dopo la mia nomina a Conservatore. Qualcuno me lo presento' come un giovane scultore piuttosto vivace e dalle sicure prospettive artistiche. Ero piuttosto avanti con gli anni e, anche per la mia professione di giornalista, artisti ne avevo conosciuti e frequentati parecchi. Mio appariva strano incontrare nel paese dove avevo deciso di vivere da pensionato, uno scultore che avesse l'eta' di mio figlio. Paolo Spinoglio mi invito' nel suo studio di Canelli ed ebbi la sorpresa di scoprire un artista che operava a tutto campo in un ambiente scarno e leggendario, un vasto laboratorio dove la creta si animava e dai grandi disegni percorreva tutto il cammino che, modellata, l'avrebbe portata sapientemente scomposta, nel grande forno a diventare Scultura. E tra le tante opere giacenti trovai i rifacimenti, non banali, dei mesi e delle stagioni del duecentesco Benedetto Antelani, il primo scultore che ho amato, quello del Battistero di Parma. Con un simile fondale il colloquio con Paolo era subito diventato facole, avevo l'impressione di averlo sempre conosciuto e da tempo cercato, mi sembrava di essere tornato agli anni di Mino Rosso. Capii di parlare non solo con un vero artista e amico, ma cominciai a ragionare da Conservatore di un Museo di Arte Moderna e sul relativo statuto ed a chiedermi se questo mio figlio avesse l'eta' e le credenziali che spesso contenevano almeno una Biennale di Venezia, per entrare in una collezione dove le note biografiche erano quasi tutte scritte al passato remoto. Trovammo la soluzione con il Comitato dei Garanti e il 16 ottobre del 1997 un' opera, naturalmente in terra refrattaria, dal titolo "L' Attesa entro' nel nostro Museo. La sua breve ed intensa vita dedicata all' arte si concluse nel Maggio del 2002 sulla soglia della conquistata maturita'. Il gruppo di opere presenti in questa mostra ne fa parte: ci portano al periodo delle donne Talebane gia' esposte nel Museo di Mombercelli quando ne ricordammo, increduli l' improvvisa scomparsa. Aveva affrontato un tema sconvolgente da autentico artista con delicata attenzione e consapevolezza dando stile e dimensioni ad una realta' difficile da proporre ed imitare. (Gianmaria Lisa )

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